Vedi ultimo messaggio Allegato(i) Inter-Milan 1977, il ricordo di Paolo Casarin

Nato a Mestre ma a Milano da sempre, al grande fischietto toccò, caso unico, dirigere il derby di San Siro in A: «Fu come entrare nella pancia della balena». Come andò? Notti insonni, lo scherzo di Beppe Viola e il timore di addormentarsi come gli capitò prima di Torino- Juventus.



Il derby di Milano arbitrato da un milanese. Oggi sarebbe impensabile, forse inopportuno, senz’altro rischioso. Invece domenica 27 marzo 1977, caso unico nella storia dei derby di Serie A del Dopoguerra, Inter-Milan della 22ª giornata la diresse il milanese (tecnicamente veneziano di nascita) Paolo Casarin, internazionale da quell’anno, insieme a Luigi Agnolin e a Sergio Gonella, il nostro miglior arbitro in circolazione.

Casarin, quando lo seppe?
«Il martedì, come da tradizione, mi chiamò il designatore Giuseppe Ferrari Agradi. “Vuoi fare il derby?”. Pensavo si riferisse a quello di Torino (da Casarin diretto 5 volte mentre mai gli toccarono a Roma o Genova; ndr). “No, di Milano, tanto sei veneto…”».

Fu un colpo?
«Eh sì. Il primo problema era San Siro.Da grande appassionato del calcio, io mi sono preso decine di giorni di ferie per andare a vederci le Coppe europee. Non era uno stadio qualunque, il Maracanà per esempio, dove sono stato, era immenso ma meno incombente:ampio, tribune distanti».

San Siro, invece...
«È cresciuto un anello alla volta, è diventato imponente da grande. Io nel 1990 facevo parte dell’organizzazione del Mondiale e andai a vedere quando posizionarono le enormi travi della copertura. Impressionante. Forse lo paragonerei solo al Bernabeu, dove mi toccò Spagna-Germania, decisiva per entrambi, al Mondiale dell’82: 93 mila spettatori, 33 gradi, spagnoli padroni di casa…».

La vigilia di quel derby è stata la più lunga della sua carriera?
«Sicuramente. Ho gestito partite anche più importanti, ma giorni così non li ho più vissuti. Infatti non è che dormii molto in quelle notti, soprattutto l’ultima»

La sua vita, dalmartedì alla domenica, come cambiò?
«Fortunatamente fino a venerdì sera le designazioni non venivano comunicate. E io, a miamoglie e mio figlio, non dissi niente. Dentro di me il mercoledì dicevo:“Tanto mancano 4 giorni’, poi “tanto ne mancano 3…”. Allontanavo la scadenza, ma tutti i pensieri erano legati al derby».

Che cos’altro la preoccupava?
«Intanto la paura di farmi male in allenamento o di arrivare in ritardo».

Qualche volta le è capitato?
«Per un derby di Torino rischiai grosso. Arrivato il sabato dal Brasile (uno dei cento Paesi visitati per lavoro, nei suoi 25 anni di dipendente dell’Eni; ndr), dopo una notte insonne la domenica mattina prendo il treno per Torino. Ma mi addormento. Per fortuna, poco prima di Porta Susa, il controllore mi tocca sulla spalla. “Che ore sono?”, ho pensato subito, nel panico. Non era tardi. “Lei non sa quanto sono contento di vederla”, ho detto subito a quel signore».

Altri pensieri brutti?
«Mi dicevo: e se succede qualcosa? Vero è che si trattava diunderby senza più ambizione per entrambe, ma noi italiani siamo capaci di complicare anche le cose più semplici.Morale: presi tutte le precauzioni, compreso l’andare in macchina allo stadio».

Niente taxi?
«No! Intanto avrei rischiato di trovare un tassista dell’Inter o del Milan e allora addio concentrazione… Scelsi la macchina per tornare all’antico, come quando nelle serie minori mi capitava di andare ad arbitrare nel Polesine. Dove peraltro era più complicato, soprattutto perché l’idea di parcheggiare in un posto isolato, visto che spesso eravamo in mezzo al nulla, svaniva subito. Per il derby invece arrivai con un paio d’ore d’anticipo nella zona di via Novara e nascondere l’auto non fu un problema».

Di tutta quella giornata quale fu il momento clou?
«La salita dei gradini al momento dell’ingresso in campo. Fu come entrare nella pancia di una balena. Perché quando entri dentro San Siro tutta la vita, l’emozione, il respiro di chi c’è è tutto lì, non evapora.Mancava solo il coperchio e sarebbe stata una pentola. E poi c’era il pubblico...»

Normale, no?
«Normale se sei un calciatore, quindi sai che possono essere tutti e 70 mila dalla tua parte. O contro. Verso l’arbitro, male che vada, rimangono neutri, maè piùdifficile il contrario, no?».

Altro motivo per cui quell’Inter-Milan è nella storia: è l’ultimo derby con Rivera e Mazzola rivali.Questo le appesantì il compito?
«No. Intanto all’epoca arbitri e giocatori si incontravano solo in campo, non c’era amicizia (con molti l’avrei stretta dopo, come Facchetti o Maldera) e poi loro erano giocatori ma anche persone di grande classe. E comunque non fu underby bello.Uno zero a zero tutt’altro che indimenticabile».

Come conferma il terzo motivo per cui quel derby, risultato a parte, fece epoca. Le dico un nome: Beppe Viola, il suo amico Beppe Viola.
«No amico: grande amico. Un genio. Ma quel giorno mi giocò un oscherzo... In pratica a fine partita viene da me nello spogliatoio e mi fa: “Paolo, ottima partita. Preparati, stasera alla Domenica Sportiva ti farò un servizione. Avverti tutti i tuoi familiari».

E lei?
«Intanto la cosa mi sollevò molto: la partita era finita,Beppe mi aveva detto che era andata bene.Morale: torno
a casa, chiamo i miei a Mestre, avverto mia moglie. “Stasera il servizio sul derby lo fa Beppe”.Quindi tutti schierati sul divano, al momento del servizio, lo ammetto, ero emozionato».


Invece?
«Invece quel "mona", in virtù della bruttezza della partita, anziché le immagini dello 0-0 fece vedere quelle di un Inter-Milan
del 1963!».


La sua reazione?
«Finita la trasmissione chiamai incavolatissimo casa Viola, ma Beppe non era ancora rincasato. “Allora
richiamo dopo!”, dissi alla moglie Franca. E così feci, anche se svegliai tutta la famiglia.Quando beccai Beppe gliene dissi quattro. Al mio grande amico Beppe. Grande»


Fonte:
SPORTWEEK (38) 21/09/19

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