Intervista a Robert Boggi

Tutto ciò che fa discutere sul mondo arbitrale

Intervista a Robert Boggi

Messaggioda Observer il sab mar 06, 2021 9:24 am

https://storiesport.it/arbitritrentalan ... JLnnjJJaTY

A tutto Boggi, da Trentalange alle donne
Michele Spiezia
5 Marzo 2021

Parla l'ex arbitro che ha combattuto Nicchi: «Alfredo ridarà vita all'Aia. Il Vietnam con Casarin, 15 anni fa trovai la Frappart italiana ma mi fermarono»

L’arbitro viaggia da solo. E’ il titolo di un libro pubblicato qualche anno fa. Non ci fosse stato il copyright avrebbe potuto racchiudere la storia arbitrale di Robert Antony Boggi. E’ nato a New York ma è salernitano. Vive a Salerno e tutti continuano a chiamarlo Roberto. A giugno compirà 67 anni, 50 vissuti da fischietto. Difficile dimenticarne il sibilo: prima sul prato, poi dentro e fuori il Palazzo. Nel ’90 la prima volta in A, a fine stagione il premio come migliore esordiente. Nel ’96 il riconoscimento di miglior arbitro del campionato, la promozione a internazionale. In campo dava e si prendeva il tu. Si faceva rispettare, chiedere ai cascatori Moriero e Oliveira ad esempio. Ha sempre viaggiato da solo, fuori dal coro e qualche volta dal protocollo. Ha combattuto battaglie campali, qualcuna l’ha persa come la contesa elettorale a Nicchi nel 2012 e qualche altra l’ha vinta. La vita è come una partita. Arbitro, designatore e poi osservatore. Ha scritto lettere e denunce che hanno fatto rumore, per tre volte ha sbattuto la porta dell’Aia. Ormai tutto è alle spalle. Qualcuno l’ha definito un precursore, altri un premonitore e altri ancora un guastatore. Fa parte delle “generazione Casarin”, con lui in squadra c’erano anche il nemico Nicchi e Trentalange, un amico cui ha condiviso anni ed esperienze, come una trasferta in Israele. Ora che sul pennone arbitrale sventola una nuova bandiera, s’augura di respirare il vento di una nuova primavera. Dalla Var all’Aia, da Orsato alle donne, dal reclutamento alla trasparenza: eccolo a tutto campo. Robert Antony Boggi viaggia sempre da solo.

Trentalange rivolgendosi ai delegati dell’Aia, appena eletto. “Facciamo squadra, siete voi l’Aia. Chiamatemi Alfredo”. Boggi, lei ha telefonato al suo amico Alfredo?

No, perché avrei dovuto? Sono fuori da anni, non ho la voglia e purtroppo nemmeno la forza di rientrare, le mie condizioni di salute non lo consentono. Non servo più. Nemmeno all’Aia. Alfredo sì, per la fortuna di tutti gli arbitri. E del nostro calcio.

Parole dettate dall’amicizia?

Lo conosco da più di 40 anni. Ha subito dimostrato di sentirsi e di essere uno degli associati Aia, e non il capo. A differenza di Nicchi che faceva tutto, che si sentiva tutto. Il capo. Trentalange non lo farà mai, ha avuto subito parole di buon senso.

Le parole non bastano. La prima cosa, nel concreto?

Alfredo, riporta la democrazia nell’Aia. Quando vinci le elezioni col 51% o col 60%, ma pure con percentuale maggiore, non si può avere tutto il proprio consiglio all’interno. Anche la parte minoritaria deve avere rappresentatività, deve poter contribuire. Va cambiato il regolamento interno. Sarebbe un bel modo di ripartire.

Trentalange per anni è stato nella squadra di Nicchi: la presidenza costituirà un punto di rottura, di svolta?

Uomini e impostazioni completamente diverse. Alfredo è un uomo di chiesa, Nicchi uno di strada. Alfredo è persona sensibile, quello che fa è semplicemente quello che sente. Tanti anni condividemmo una splendida esperienza in Israele per una partita di qualificazione degli Europei under 21: quei cinque giorni furono una piacevolissima scoperta. Un credente vero, dotato di spiritualità e umanità. Doti che gli ho sempre invidiato.

Il calcio però non è spiritualità.

Un segnale l’abbiamo avuto subito. Un ex guardalinee di A chiedeva di rientrare da due anni: da Nicchi nemmeno una risposta. Trentalange l’ha subito reintegrato. Non è un nemico chi non la pensa come te, c’è bisogno delle idee e del contributo di tutti. Dell’esperienza di chi ha operato sul campo.

Trentalange ha battuto Nicchi oltre ogni pronostico. Percentuale alta, persino il sì di Bologna, la sezione del designatore Rizzoli. Un segnale, anche questo?

Bologna è sempre stata un modello, una sezione che ha sempre funzionato benissimo. Una vera comunità. Se uno non se ne va da solo dopo tanti anni, deve pur esserci qualcuno a fargli capire che c’è un inizio e una fine. Il ventennio di Mussolini e Berlusconi bastavano. Per fortuna qui ci siamo fermati a dodici.

Lei, un anno fa: si rischia una nuova Calciopoli. Si rischia ancora?

Si è evitato con la riunificazione di Can A e B. Un conto è gestire 18/20 arbitri di cui solo 7/8 fanno alcune partite. Un altro è averne 44, di cui una ventina per tutte le partite. Maggiore scelta, più rotazione, meno consuetudini.

Fu una sua battaglia, ai tempi elettorali. Almeno questo.

Dieci anni, almeno. Colpa dei tempi biblici di chi ha comandato nell’Aia. Si era capito dal primo anno che la soluzione fosse nefasta. Tant’è che in Italia a oggi non c’è un arbitro che possa andare ai Mondiali. A meno che Orsato, a 47 anni…

Can unica, la svolta di Casarin.

Per Casarin la Can doveva essere come un vaso comunicante: gli anziani trasmettono l’esperienza ai giovani dai quali invece respirano entusiasmo. E’ mancato proprio questo negli ultimi dieci anni. L’anima dell’arbitraggio, l’essenza del gruppo. La crescita, la formazione.

Boggi arbiri
Boggi nel corso dell’assemblea elettiva della Figc del 2012: fu sconfitto da Nicchi
La guerra legale con Nicchi a che punto è?

Procede. Però non è più il presidente Aia, il terreno almeno sarà meno pendente.

“La Var sarebbe la morte del calcio”: così Nicchi anni fa. Cosa gli aveva fatto poi cambiare idea?

Bianco? Bianco. Nero? Nero. Pur di restare incollato alla sedia ha accettato e fatto tutto. L’unico scopo? Al potere per il potere. Lui e il vice Pisacreta. Più guai loro, di chiunque. Si è tornati indietro di 30 anni. Nella mentalità, nell’approccio al lavoro, nel rapporto tra arbitri e associazione. Così sono state perse centinaia di figure educative. Vuol sapere l’ultimo capolavoro?

Prego.

Se la sono presa con un 83enne, con Nicolosi, un ex assistente di Lo Bello padre. Gli avevano tolto la tessera perché aveva fatto una denuncia contro ignoti. Il Collegio del Coni ha sistemato la questione. Resta però la vergogna.

Rivoluzione digitale, trasparenza, condivisione, valori, reclutamento: così Trentalange. Basteranno?

Ai miei tempi lo slogan era: “Con la tessera allo stadio”. Ora forse con la tessera ti fanno vedere una gara di Interregionale. I ragazzi sono presi da tante cose, il mondo è cambiato. Per noi significava viaggiare. Conosco la Sicilia o la Sardegna meglio di un siciliano o di un sardo. Ci sono tornato in moto, senza bisogno di cartine.

In sei anni persi seimila arbitri.

Se i ragazzi sono trattati come capitava a noi dopo sei mesi si scocciano, se ne vanno. Noi dobbiamo adeguarci, trovare il modo di trasmettere. Spero che Trentalange rianimi il movimento. Il programma è giusto, l’uomo pure.

Trasparenza, graduatorie, limiti d’età: la battaglia di Gavillucci è un emblema?

Negli anni sono successe cose incredibili. Ne porto un esempio, quello del figlio di Gennaro Borriello. Francesco arbitra venti gare in A, il padre si sfila prima delle elezioni e l’anno dopo Francesco viene mandato a casa.

Il voto all’arbitro?

Deve conoscerlo subito. Glielo comunicherei il lunedì. Dopo la partita e la relazione. Più onesto di così…

Gli arbitri torneranno in tv. Che le ricorda?

Lo sostenevo da anni. Meglio spiegare, confrontarsi, non chiudersi a riccio. Eviterei però subito dopo la partita. Anche qui il giorno dopo, a mente sgombra. Serve però un altro approccio, anche dell’altra parte. Se si ammette un errore non si può rinvangare o scavare nel passato, solo perché magari una squadra ha perso lo scudetto. Cosa c’entra? Se l’attaccante sbaglia due gol a porta vuota con chi prendersela? Anche l’errore arbitrale fa parte del gioco.

Dell’outing di Orsato?

E’ stato onesto, schietto, sincero. Non è stato capito. La gente si tolga dalla testa il pensiero che si va in campo per favorire o sfavorire. Per sbagliare. Non scherziamo. Non esiste. L’arbitro più bravo è quello che lo mette in quel posto senza che nessuno se ne accorga. Però i fuoriclasse autentici non ci sono più.

Esempi?

Il mio maestro, Piero D’Elia. E Gigi Agnolin. Avevano una marcia in più.

Orsato anni fa disse di esser stato minacciato a casa. Lei?

No, solo una volta. Partita di serie B. Telefonano a casa, informo Casarin, si muove l’Ufficio Indagini. La domenica, una volta in aeroporto, prelevano alcune persone. Lo seppi dopo. Diciamo che qualcuno aveva provato a vendermi, a mia insaputa.

Lei fu tra i primi ospiti in tv.

A Pressing, a Controcampo, a La Domenica Sportiva: le ho girate tutte, come altri colleghi. Decisione dei designatori. Finì presto.

Perché?

Polemiche, discussioni, gelosie.

Bergamo e Pairetto: come era il duo?

Casarin è stato un grande uomo e un grande designatore, Bergamo è stato sicuramente un grande designatore. Non meritava certe cose. Sul terzo, passo.

Boggi arbitri
Paolo Casarin, ex arbitro ed ex designatore arbitrale
Boggi e Trentalange: la “generazione” Casarin. Uno che non le ha mai andate a dire. Nell’83 in un’intervista non autorizzata: “Sull’integrità di tutti i miei colleghi non metterei la mano sul fuoco”.

Aveva ragione. E nessuno avrà mai l’idea della pulizia etnica che ha compiuto. Sapeva persino dove si cambiassero le gomme dell’auto. Sapeva tutto, peggio della Gestapo. I sette anni con Casarin sono stati i più belli ma è come se avessi vissuto in Vietnam. Una guerra, tutti i giorni. Fortunati noi ad aver avuto un maestro. Un grande maestro. Ma in Italia quelli bravi poi fan di tutto per mandarli a casa.

Favorevole o contrario alla Var?

Favorevole. Con utilizzo diverso, però. Non si possono perdere 8’ per un fuorigioco, 4’ per un rigore. Lascerei la possibilità che ogni allenatore possa avere nei due tempi il modo di chiedere una verifica. Se ha ragione ok, se ha torto perde la priorità. Come nel tennis. Basta abusi.

Snaturati, senza personalità, deresponsabilizzati: sono fischietti alla deriva?

Sposterei il discorso più sugli assistenti. Fuorigioco così lampanti che non comprendo nemmeno perché si faccia continuare l’azione. Si perde solo tempo.

var
Si perde pure l’essenza dell’arbitraggio.

Ahimè, è passata la mentalità della delega: che decida la macchina, io mi levo. Cosa sbagliatissima. In una partita inglese forse si va alla Var una volta, qui almeno 18.

Perché?

In Italia non c’è la cultura dello sport, si coltiva solo il sospetto. Non ce ne vediamo mai bene. Si vince lo scudetto? L’ha rubato. Non è retrocessa? Ha ricevuto favori. Mai che si pensi all’attaccante o al difensore.

A proposito di gol: lo scorso anno 193 rigori assegnati in A. Almeno quest’anno la media è drasticamente calata.

Lo scorso anno? Una farsa. In area si mirava al braccio più che alla porta. I presidenti cercavano difensori senza le braccia piuttosto che attaccanti o centrocampisti dotati.

Eppure gli arbitri italiani godono di fama internazionale: perché si perdono, in casa?

Chi lo dice che siano i più bravi? All’estero trovano condizioni diverse, giocatori e clima adatti. Lì pensano a giocare. In Inghilterra il cognome dell’arbitro quasi non compare. Qui invece ci si preoccupa dall’inizio della settimana: chi sarà l’arbitro, chi ci sarà alla Var? Un presidente di serie A dice persino che gli arbitri sono mestruati…

Che propone, sulla Var?

L’arbitro la consulti quando lo ritiene opportuno ma la decisione deve essere presa subito, senza perdere minuti.

In questo clima avvelenato è diventata discrezionale anche la chiamata dal Var: anche qui a volte sì, altre no. Meccanismo perverso?

Non lo so, non conosco a fondo il protocollo. Ripeto, concederei per ogni tempo una chiamata a testa alle due squadre per togliere altri alibi e recriminazioni.

Gli arbitri sono professionisti: lecito attendersi meno errori clamorosi?

In questo periodo è più facile sbagliare. La soglia di attenzione è notevolmente diminuita. L’adrenalina aiuta, davanti a cinquantamila persone sei sveglissimo. Nel vuoto ci si perde. Si gioca in una realtà irreale. Vale per i giocatori, per gli arbitri.

Il pensiero del supporto tecnologico forse fa andare più leggeri.

Anche. Io darei comunque due consigli agli arbitri, specie ai più giovani. Noto che quando ammoniscono un calciatore, lo chiamano a sé. E’ sbagliato, deve essere il contrario. E’ l’arbitro che va dal calciatore. Ma qui si paga anche la mancanza di giocatori di peso. Alla mia terza partita in A mi capitò con Vierchowod. “Venga lei da me, io qui sto lavorando”, mi disse. Rimasi interdetto, ma aveva ragione. E poi ai giovani consiglierei un miglior piazzamento. Prima gli arbitri avevano più campo libero, vedevano senza ostacoli, ora qualcuno non sa nemmeno dove si trova, basta che corre. Senza visuale, spesso coperto. L’arbitro deve correre, ma deve sapere dove e come. Il piazzamento, il piazzamento…

Nel ’99 lei andò via, era contrario al professionismo. Adesso?

Dissi altro: se paga la Figc resto, se i soldi sono della Lega Calcio, allora no. Me ne andai.

E adesso?

Non so chi paga, non m’interessa. Mi auguro siano soldi della Figc, dell’istituzione per la quale l’arbitro è al servizio.

Nel 2007 lasciò l’incarico di designatore di serie C: perché?

Per tante cose. Pressioni, ingerenze. Ad esempio volevano che promuovessi un arbitro piuttosto che un altro. Scodicchi di Bologna per me non avrebbe mai potuto arrivare in A. Alla fine fu promosso, Collina dopo un paio d’anni andò a vederlo, da allora stop. Io invece volevo promuovere l’ottimo Barbirati, che poi per otto anni ha fatto l’assistente internazionale. Scodicchi forse 15 gare in B e poi stop. Ma la vera guerra me la fecero sulle donne.

A tutto Boggi, da Trentalange alle donne
Colpo dal cilindro: estragga.

Avevo trovato una ragazza a cui la Frappart avrebbe dovuto portare la borsa. Anna De Toni, un medico. Arbitro coi controfiocchi. Ora tutti parlano delle donne ma bisogna dire la verità. Abbiamo avuto un’associazione ipocrita, per anni s’è riempita la bocca, per anni ha messo il bastone tra le ruote. La De Toni è di Schio, mai fatta scendere oltre Bologna. Il sottoscritto la mandò in Calabria, in Sicilia, su campi tosti dove fece meglio di tanti uomini. Il presidente del Gela diceva: “Voglio la De Toni, fa nulla se perdiamo ma almeno c’è un arbitro vero”.

Poi come andò?

Anch’io ero un po’ refrattario. Andai a vederla, mi feci accompagnare a Potenza da un amico osservatore, uno esperto che a fine gara disse incredulo: ha più coglioni lei che quattro uomini. Era doveroso promuoverla, era bravissima.

E invece?

Volevano che facesse i test di Cooper, corsa e resistenza, test da paragonare a quelli degli uomini. Sono i famosi test ad aver rovinato la valutazione generale, complessiva, di un arbitro. Per qualcuno valeva più la corsa delle magagne tecniche. Quanti ne sono passati, con i test.

Il capo dell’epoca?

Non è un discorso di capo, era ipocrita tutto il nostro mondo. Chiesi a un amico pubblicitario: quanto può valere una ragazza che fa la A? Uscirono cifre incredibili, al che mi preoccupai. Qualcuno forse pensò che volessi guadagnarci. Mah. Con quella campagna pubblicitaria si sarebbero potute coprire le spese di due stagioni arbitrali. Ora credo sia una dirigente. Brave quanto lei almeno due o tre assistenti dell’epoca, Senesi ad esempio. Per loro però le donne non esistevano.

Nel 2013 diede le dimissioni: perchè?

Non ne potevo più. Ero stufo. Nell’associazione di Nicchi non potevo proprio più stare.

Dia un voto al designatore Rizzoli?

Non è difficile fare il designatore in A. Bisogna vedere adesso, senza Nicchi.

Un arbitro di fascia alta percepisce in media sui 150 mila euro l’anno. Ai suoi tempi?

Nel mio ultimo anno 50mila euro, lordi. Vent’anni fa. I tempi sono cambiati, è giusto che le cifre siano aumentate. Il problema non è questo, ma chiedersi: dopo come vivono? Non hanno un altro lavoro, quando smettono cosa faranno? Fossi in loro chiederei a qualche sindacalista di battersi affinché si guadagni anche dopo, rinunciando a qualcosa oggi.

L’arbitro più bravo, oggi?

Quello che verrà. Non vedo più gare di A, B, C, seguo solo qualche partita di D. Qualche settimana fa ho visto Sorrento-Lavello, finita 3-4. Non so come si chiamasse l’arbitro, né da dove venisse. So solo che quando ho spento il televisore non avevo un appunto da fargli, in 90’ di direzione. Ecco, lo porterei dalla settimana prossima in C. Ma io sono Boggi, sono un pazzo.

La Figc ha proposto l’introduzione della Var a chiamata, Trentalange s’è detto pronto all’esperimento. Lei?

D’accordo, nei limiti, una volta per tempo e a testa. Se hai torto, perdi la priorità.

Che pensa di Gravina? Il calcio è in buone mani?

Con me si è comportato sempre in maniera esemplare, poi non so. Sono fuori da tanto tempo. Posso solo parlarne bene, come del resto del vice-presidente. Io non conto più nulla, sono solo felice che l’associazione arbitri abbia una presidenza più equilibrata, più tranquilla. Che non farà la caccia alle streghe.

Al concittadino Pisacreta vuol dire qualcosa?

E cosa si può dire a uno che si sente il padrone del mondo? L’ho visto all’assemblea elettiva, pareva uno a cui hanno tolto il giocattolo dalle mani. E poi di un’acredine. Evidentemente il potere piace troppo.

Trentalange all’elezione Figc ha scelto di non votare: l’Aia si è astenuta. Ha fatto bene?

Benissimo. Ha dimostrato che gli arbitri non si schierano con una parte o con un’altra. Gli arbitri sono al servizio del calcio.

Ma l’Aia non rischia di perdere il 2%?

E cosa importa? L’autonomia vale più di ogni quota o percentuale elettiva. D’accordo con Trentalange al 100%.

In serie B da settimane spirano venti velenosi, c’è chi sospetta una sudditanza nei confronti del Monza del duo Berlusconi-Galliani. Persino il capitano del Cittadella, il misurato Iori.

Stupidaggini. La libertà si conquista. Non te la regala nessuno. Se vuoi essere libero, allora devi fare l’arbitro. Il rispetto lo ottieni solo se prendi le giuste decisioni. Senza guardare in faccia a nessuno. Le farò un esempio. Negli ultimi anni mi allenavo con una squadra di Eccellenza a Tramonti, in Costiera Amalfitana. Respiravo aria di montagna, ne beneficiavo per tenermi in forma, per superare i test atletici. Ero un internazionale, dovevo essere sempre al top. Ebbene, quando di martedì entravo nello spogliatoio ascoltavo le parole dei calciatori. Anche se avevano perso dicevano, “però l’arbitro era bravo”. A volte, pur avendo vinto invece, “ma che arbitro scarso, quel rigore come l’ha dato?”. Il rispetto si ottiene con il merito, non con presunti favori o sfavori che non esistono.

In serie B però da settimane si notano errori macroscopici: mani, gol in fuorigioco evidenti, sgambetti inesistenti che diventano rigori. Come se lo spiega?

Si paga il fatto che non ci sia l’assistenza della Var.

La Lega B l’annuncia da tre anni, pare che si sia impantanata sulle labbra di Nicchi.

Potrebbe anche essere ma non mi esprimo, non conosco a fondo la vicenda. Chissà, magari era una questione più burocratica, di contatti o contratti. O forse Balata non conosceva bene Nicchi.

Si spende tanto per la formazione del personale Var e non per allevare arbitri di campo: non è un controsenso?

E’ questo il punto dolente di tutto il discorso. Se si cacciano dall’associazione tutti i bravi maestri solo perché non la pensano come te, chi lo insegna il mestiere ai più giovani? Quelli che facevano la Terza Categoria che stavano nel Comitato nazionale con Nicchi? Come quelli della Sicilia? Gente che non è mai arrivata oltre la Seconda categoria? Trentalange interverrà, ne sono sicuro.

Perché ne è sicuro?

Ha già cominciato. Si sta riformando un gruppo di veri formatori. Come fino a dieci anni fa. Non parlo di me ma ad esempio nel gruppo c’erano Luci, il povero Mattei, Borriello, Pieri. A Pieri bastavano dieci minuti per fare il quadro: non solo di un arbitro ma di tutta una sezione. Tutte figure abbandonate, eliminate per far posto a persone senza qualifica, senza capacità. I risultati degli ultimi dieci anni l’hanno dimostrato.

Tra gli ultimi episodi di rilievo, uno è capitato in B con Irrati, arbitro considerato come il migliore europeo in sala Var. Non è che chi è abituato al video poi perda il metro di osservazione una volta sul prato?

Se Irrati non ha dato il rigore è perché ha valutato che non ci fosse. Dico però che bisognerebbe formare definitivamente due gruppi: uno specializzato nella Var e l’altro con il fischietto.

Favorevole alla “Var room” unica a Coverciano?

Eh no, mai accentrare il potere in un sol luogo. Meglio sia su ogni campo, nel luogo dove si gioca. Evitiamo altri casini.

Non è che in futuro dirigerà un robot?

Ah, tutto può essere. Dipende a che gioco vogliono giocare. Certo non sarebbe più calcio.

Un arbitro soprattutto di A come vive una direzione in B?

Parlo per me. Ero contentissimo. Disteso, divertito, senza quel peso psicologico che in A si fa sentire.

Quelli di adesso la vivono come una bocciatura, una mortificazione?

Non credo, ma dipende dall’uomo. Paradossalmente mi divertivo più in B, ma c’è da dire che ai miei tempi la serie B era di un altro livello.

Un arbitro di A può trovarsi in difficoltà per il tipo di calcio diverso della B?

E’ una stupidaggine. Mi ricordo un Brescia-Reggiana: che spasso con Filippo Galli in quella partita, che risate. In B almeno per me era divertimento puro. A o B, al di là del gesto tecnico, il calcio è quello.

L’errore più grave che ricorda?

Che mi tolga il sonno, nessuno.

Ai cascatori quante ne ha dette. Ancora si ricordano, certi suoi siparietti.

Io li prendevo così. Che so, dopo un tuffo: “Com’è l’acqua, fredda o calda?”, “e mica sei un biscotto, alzati”. Cose del genere. Ridevano pure loro, capivano. Avevamo tutti la testa sgombra. Mi ricordo un anno, quello delle famose polemiche su Oliveira del Cagliari che fu definito il “tuffatore”. Capitò proprio la settimana dopo l’ennesima baraonda: vado a Cagliari, dopo due minuti Oliveira cade in area. Fischio il rigore e tutti mi guardano come sorpresi. Sorrido pure io e dico: ragazzi, niente piscina, stavolta è rigore. Quando arbitravo l’Inter i giocatori mi dicevano: ma com’è che quando vieni tu Moriero non si butta mai? Altri tempi, altro calcio. Giocatori straordinari come quelli non ce ne sono più.

In campo vi davate del tu?

Anche qualche vaffa a vicenda… Mai una storia con qualcuno. Niente. Se all’epoca avessero messo i microfoni in campo si sarebbero sentite cose da pazzi. Agnolin, D’Elia, Lo Bello jr: quante ne dicevano ai calciatori, quelli si mettevano paura solo a vederli. Ma c’era grande rispetto.

Ora le società riempiono dossier. Servono?

Solo a far lavorare qualcuno in società.

Rientrerebbe nell’Aia ora che c’è Trentalange?

Non voglio mettere in difficoltà nessuno, me ne sono andato per libera scelta e adesso fisicamente non ce la farei. Devo curarmi. Mi sentirei un sopportato e questo non lo potrei sopportare. La presidenza di Trentalange è una garanzia: già questo mi rende felice.

Sei anni fa moriva Luca Colosimo, giovane arbitro di C. Stava rientrando in auto dopo una partita a Ferrara. Come lui, anche altri giovani fischietti. Fischietti che ogni domenica rischiano il linciaggio. In campo per passione, con sacrifici eppure picchiati, offesi. Che sente di dire?

Quello che diceva Boskov: i giocatori e i tifosi devono sempre ringraziare arbitri, senza arbitro non si gioca partita. Arbitro è più importante di voi, merita il vostro rispetto.

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Re: Intervista a Robert Boggi

Messaggioda bracco75 il sab mar 06, 2021 12:05 pm

Bellissima. A tratti commovente.
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Re: Intervista a Robert Boggi

Messaggioda Observer il sab mar 06, 2021 12:23 pm

concordo, per chi come me ha iniziato in quegli anni, mi ci ritrovo molto.
vero ... spontaneo e sincero!
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Re: Intervista a Robert Boggi

Messaggioda bracco75 il sab mar 06, 2021 12:40 pm

Observer ha scritto:concordo, per chi come me ha iniziato in quegli anni, mi ci ritrovo molto.
vero ... spontaneo e sincero!

Vero. Al di là delle valutazioni che poi ognuno fa. Ho conosciuto Boggi il giorno in cui fece il suo esordio in serie A, Bari-Lazio Al vecchio stadio della Vittoria, credo primavera del 1990. Avevo 15 anni, andavo allo stadio con l'autobus, un biglietto di Tribuna Maratona (15000 lire) e 2000 lire regalo di mia nonna per il caffè Borghetti (rigorosamente di nascosto dai miei, ma tanto io vivevo con la nonna...). Non avevo ancora fatto il corso da arbitro, ma ero dentro quel mondo per "colpa" di un caro amico di famiglia che poi sarebbe stato il mio maestro ed istruttore nonché mio primo tutor, ossia Giacinto Franceschini, un progettista tecnico lungo e secco che correva più dei calciatori ed eccelleva nel vecchio Cooper. Poi l'ho rivisto qualche mese dopo, stavolta nella pancia del San Nicola, prima di un Bari-Juventus diretta da Pezzella in cui Roberto e Quartuccio fecero da guardalinee, indossando una divisa rossa bellissima, secondo me, perché la Juve giocava in nero. Sono passati oltre 30 anni, mi sembra ieri, mannaggia..
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Re: Intervista a Robert Boggi

Messaggioda emiro1965 il sab mar 06, 2021 1:05 pm

Anche io mi ritrovo.
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Re: Intervista a Robert Boggi

Messaggioda Observer il sab mar 06, 2021 1:10 pm

ho visto arbitrare Franceschini quando ero ragazzo ... secondo me ha raccolto meno di quanto meritasse!

a quei tempi le divise rosse le portavano le squadre, quando avevano la seconda maglia nera.

eravamo sempre vestiti di nero, senza personalizzazioni color evidenziatore !!!

altri tempi ... altro modo di arbitrare!

leggete il passo dove racconta come si rivolgevano i suoi maestri verso i calciatori.

ricordo in un Juve-Milan una frase che D'Elia disse a Tassotti che reclamava una rimessa laterale per il Milano ......

"ma vattinnn'a casaaaaa ssc......o" il resto lo ometto perchè è troppo !!!!!

ma nessuno si permetteva di dire Beh a Pietro D'Elia ... e le squadre faceveno i salti di gioia quanto c'erano lui, Agnolin, Casarin, Lo Bello junior.

Si chiamava, nel gergo dei designatori "mettere la partita in banca"
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Re: Intervista a Robert Boggi

Messaggioda bracco75 il sab mar 06, 2021 3:24 pm

Observer ha scritto:ho visto arbitrare Franceschini quando ero ragazzo ... secondo me ha raccolto meno di quanto meritasse!

a quei tempi le divise rosse le portavano le squadre, quando avevano la seconda maglia nera.

eravamo sempre vestiti di nero, senza personalizzazioni color evidenziatore !!!

altri tempi ... altro modo di arbitrare!

leggete il passo dove racconta come si rivolgevano i suoi maestri verso i calciatori.

ricordo in un Juve-Milan una frase che D'Elia disse a Tassotti che reclamava una rimessa laterale per il Milano ......

"ma vattinnn'a casaaaaa ssc......o" il resto lo ometto perchè è troppo !!!!!

ma nessuno si permetteva di dire Beh a Pietro D'Elia ... e le squadre faceveno i salti di gioia quanto c'erano lui, Agnolin, Casarin, Lo Bello junior.

Si chiamava, nel gergo dei designatori "mettere la partita in banca"

Franceschini sbaglio' una sola partita, a Padova, consentendo alle squadre di continuare a giocare nonostante il campo allagato. Polemiche a non finire e carriera finita. Mi ritrovo in questa intervista, in quel mondo, molto meno nel mondo arbitrale di oggi. Però sono convinto che l'avvento di Trentalange segnerà una vera svolta.
Non è che ho paura di morire. Solo che non voglio esserci quando accadrà. W. Allen
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bracco75
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