L'uomo in nero domani fa 80 anni. Meglio dirlo subito: non ha mai fischiato in un mondiale (per questione politiche). Non perché non avesse fiato. Ma perché troppo povero, troppo comunista, troppo perbene. Però Alberto Michelotti è stato lo stesso un grande arbitro italiano e internazionale. 145 gare dirette in serie A dal '68 all'81 (debutto e addio a Napoli) e 86 fuori. Grande anche in senso fisico. Un gigante, già alla nascita, 6 chili. Uno che non si faceva mettere sotto da nessuno. Come sua nonna, Marietta, analfabeta, ma che sapeva a memoria il "Lohengrin" di Wagner, e come sua mamma Elsa, venditrice ambulante di frutta, che prende a zoccolate il maestro di solfeggio perché si permette di chiamare suo figlio, Alberto, "un bastardo". A Parma, in Oltretorrente, questo e altro. Perché mamma Elsa, negli Anni Trenta, decide di non sposarsi: "Li ho fatto io e portano il mio cognome". Anche se a casa c'è poco da mangiare, solo avanzi: "Una mela con il baco, una pera marcia, un peperone con un buco". E Alberto, che smette di andare al Conservatorio, lo capisce a 13 anni, di essere un figlio illegittimo: "Tutti avevano un padre, io no. Ma non ho sofferto, mia madre ricopriva i due ruoli". Come capisce di avere una madre fuori dal mondo alla vigilia di Natale del '43 quando a casa, con i ragazzi che dormono in quattro in un letto e che piangono perché non ci sono regali, mamma Elsa avverte: "Fermatevi. Noi non siamo invidiosi di nessuno perché siamo una famiglia straordinaria".
Il ricordo di un'epoca dura e orgogliosa lo si deve a Claudio Rinaldi, giornalista, che nel libro "Dirige Michelotti da Parma", edizioni Mup, con prefazione di Gianni Mura, fa con affetto, cura, dettagli, e anche belle foto, un viaggio all'indietro nel calcio e nella società italiana (e non solo). Non per rimpiangere il passato, ma per far capire come anche nel nostro campionato siano esistiti arbitri che dirigevano secondo una morale di correttezza e non di convenienza. Anche perché a 14 anni Alberto Michelotti, ormai capofamiglia, entra a lavorare in officina, per 25 centesimi alla settimana. Nel libro c'è la guerra, le bombe, la fame, il fascismo, la resistenza, le cambiali, la passione per i motori, per il calcio, per la lirica, è una colonna del Club dei 27, tanti soci quanto sono le opere di Verdi, lui è Don Carlo.
Michelotti gioca come portiere e quando smette si lascia convincere a fare l'arbitro, a 28 anni. Non è uno accomodante. In una delle prime partite stende con un cazzotto un centravanti che ha offeso sua madre (guai a chi gliela tocca), e poi quando è già famoso, sospende nel '72 una Roma-Inter ad un minuto dalla fine, a causa di un'invasione di campo. Che non guarda in faccia nessuno lo si capisce dagli episodi: a Napoli, nega un rigore ai padroni di casa e gli tocca fuggire con un'autoambulanza, in una partita decisiva per lo scudetto assegna a Cagliari un rigore contro i rossoneri e Rivera gliela giura per tre anni (poi Nereo Rocco impone la pace).
Tranquilli, c'è anche la dura polemica con Mario Corso che lo minaccia e poi si scusa. E gli anni in cui da pensionato continua a fischiare ovunque serva un uomo di sport che faccia valere le regole. Auguri. Quando gli arbitri erano re.
(14 luglio 2010)
di EMANUELA AUDISIO
fonte: LaRepubblicaParma.it
