da tony il lun giu 01, 2015 5:23 pm
Se parliamo di casi di violenza "verbale-morale" o del buffetto, è un conto, ma se si avverte dolore a causa di una condotta di un giocatore il paragone con il calciatore regge fino a un certo punto.
1. Come espressamente previsto dal regolamento, la serenità innanzitutto, io non sono abituato a prenderle, qualcun altro non so. Se dopo un minuto da un cazzotto ricevuto, magari per una decisione contestata, sfido chiunque a prendere una decisione pesante (rigore e/o rosso) senza essere influenzato da quanto accaduto.
2. le squadre si muovono in decine di persone. noi siamo soli. Le persone incaricate della nostra sicurezza a volte prendono effettivamente sul serio il ruolo, altre volte no, altre volte fanno altro.
3. Noi non siamo calciatori, abbiamo un ruolo e delle prerogative diversi. Questo significa che non abbiamo il numero sulla maglia, non possiamo farci sostituire, non abbiamo il compagno che ci dice cosa fare, dobbiamo essere freddi in ogni circostanza, in linea di massima dobbiamo dare del "lei", non possiamo restituire un insulto, rappresentiamo la federazione e abbiamo un'autorità. l'autorità di uno che viene preso a sberle va a zero, anche se espelli il calciatore.
Poi ciascuno è liberissimo di parcheggiare l'auto nuova nel bronx senza chiuderla.
Ci sedemmo dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati (B. Brecht)