da eltorito90 il mar giu 30, 2026 10:16 pm
Il punto sollevato è corretto, ma secondo me bisogna andare oltre la semplice domanda: “l’AIA sapeva?”
Qui le domande sono almeno tre: Di Censo cosa ha dichiarato? L’AIA cosa ha verificato? Chi sapeva e ha eventualmente taciuto?
Perché se parliamo di un incarico normale, il tema è già serio. Ma se parliamo di un ruolo collegato alla formazione dei dirigenti AIA, quindi a una funzione fiduciaria, educativa e istituzionale, allora la questione diventa molto più delicata.
Non sto parlando della responsabilità penale, che verrà eventualmente accertata nelle sedi giudiziarie. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma la presunzione di innocenza non elimina il problema della trasparenza associativa, della correttezza delle autodichiarazioni e dell’opportunità di mantenere certi incarichi.
Il primo a dover chiarire, secondo me, è proprio Francesco Di Censo.
Se ha presentato una manifestazione di interesse o una autodichiarazione per ottenere o mantenere incarichi AIA, deve dire chiaramente cosa ha dichiarato in quel documento. Ha indicato l’esistenza del procedimento? Ha comunicato di essere a conoscenza della propria posizione? Ha informato formalmente gli organi competenti dell’AIA?
Perché se nel modulo era richiesto di dichiarare di non avere carichi pendenti e di non essere a conoscenza di procedimenti penali in corso, allora il punto non è secondario. È centrale.
Se Di Censo era già formalmente a conoscenza della propria situazione e, nonostante ciò, avesse dichiarato il contrario o avesse omesso informazioni rilevanti, allora non saremmo più solo davanti a un problema di opportunità associativa. Saremmo davanti a una possibile dichiarazione non veritiera o mendace.
E in quel caso l’AIA non potrebbe limitarsi a dire “non sapevamo” o “aspettiamo il processo”. Dovrebbe acquisire l’autodichiarazione, verificare le date, confrontarle con gli atti disponibili e, se emergesse una dichiarazione falsa o incompleta su circostanze rilevanti, dovrebbe trasmettere tutto agli organi competenti e, ove ne ricorrano i presupposti, anche alla Procura della Repubblica per le valutazioni sulle eventuali false dichiarazioni.
Questa non è una vendetta personale. È il normale rispetto delle regole.
Perché se un associato qualunque firma un’autocertificazione falsa, viene giustamente chiamato a risponderne. Allora lo stesso principio deve valere anche per chi riceve incarichi nazionali, ruoli formativi o responsabilità dirigenziali.
Anzi, dovrebbe valere ancora di più.
E qui entra anche il tema economico. L’incarico era retribuito? Erano previsti compensi, gettoni, rimborsi o somme comunque significative? Si parla di cifre importanti, anche superiori ai 20.000 euro, naturalmente da verificare documentalmente. Ma proprio per questo serve chiarezza.
Perché se un incarico comportava un beneficio economico, allora la mancata comunicazione di una situazione rilevante — se confermata — diventerebbe ancora più grave. La domanda è legittima: possibile che non sia stato detto nulla per non perdere l’incarico e il relativo compenso? Possibile che si sia preferito mantenere la posizione, arrivare a fine stagione e incassare quanto previsto?
Non lo affermo come fatto certo. Ma è una domanda che oggi l’AIA ha il dovere di porsi e alla quale deve dare una risposta.
E non basta chiedere conto solo a Di Censo. Bisogna chiedere conto anche a chi ha promosso, sostenuto o coperto politicamente quel percorso.
Si dice che questa operazione sia stata fortemente riconducibile anche ad Affinito. Bene: Affinito sapeva?
Se sapeva, perché ha taciuto?
Se non sapeva, com’è possibile che non siano state fatte verifiche serie prima di affidare un incarico così delicato?
Lo stesso vale per il quadro complessivo in cui compare anche Laisa Del Ciotto, seppure con una posizione diversa secondo quanto riportato dalla stampa. Anche qui non si tratta di anticipare sentenze, ma di capire se certe situazioni fossero note nell’ambiente e se qualcuno abbia scelto di non affrontarle.
Perché il problema vero non è solo giudiziario. Il problema è di credibilità associativa.
L’AIA chiede agli arbitri, agli osservatori e ai dirigenti di essere corretti, trasparenti e rispettosi delle regole. Bene. Allora la stessa trasparenza deve essere pretesa anche ai vertici, soprattutto quando ci sono incarichi, ruoli fiduciari e possibili compensi.
Altrimenti il messaggio diventa devastante: alla base si chiedono disciplina e autocertificazioni corrette, mentre in alto si tollerano silenzi, zone grigie e incarichi mantenuti fino all’ultimo.
E permettetemi di aggiungere anche un altro elemento, che nella Sezione di Pescara molti ricordano: diversi anni fa ci fu anche la vicenda della lotteria con il famoso motorino che sarebbe sparito o comunque non sarebbe mai stato chiarito fino in fondo. Anche lì, al di là delle responsabilità personali, il tema era sempre lo stesso: trasparenza nella gestione, chiarezza verso gli associati e capacità di dare risposte.
Quando nel tempo si accumulano episodi percepiti come opachi, silenzi, versioni mai chiarite e incarichi assegnati senza spiegazioni convincenti, non si può più liquidare tutto come polemica personale.
Qui servono risposte precise.
L’AIA dovrebbe chiarire pubblicamente:
1. Di Censo ha firmato una manifestazione di interesse o un’autodichiarazione per l’incarico ricevuto?
2. In quella dichiarazione cosa ha scritto sui carichi pendenti e sui procedimenti penali?
3. Alla data della dichiarazione era già a conoscenza della propria posizione?
4. L’AIA ha verificato la veridicità dell’autocertificazione?
5. Chi ha proposto o sostenuto la nomina era informato?
6. Affinito era a conoscenza della situazione?
7. L’incarico era retribuito? Se sì, con quale importo complessivo?
8. Sono stati già liquidati compensi, gettoni o rimborsi?
9. Se l’autodichiarazione risultasse non veritiera, l’AIA intende trasmettere gli atti alla Procura della Repubblica per le valutazioni sulle eventuali false dichiarazioni?
10. L’AIA intende fare chiarezza anche su precedenti episodi sezionali rimasti poco chiari, compresa la vicenda della lotteria e del motorino?
Queste non sono accuse. Sono domande di trasparenza.
Se Di Censo ha dichiarato tutto correttamente, lo dica e mostri che l’AIA era stata messa nelle condizioni di valutare.
Se l’AIA sapeva, spieghi perché ha ritenuto comunque opportuno affidare o mantenere l’incarico.
Se nessuno sapeva, allora il problema è la mancanza di controlli.
Se invece qualcuno sapeva e ha taciuto, allora il problema è ancora più grave.
In ogni caso, il silenzio non è più accettabile.
Perché un’Associazione che pretende rigore, lealtà e rispetto delle regole deve applicare questi principi prima di tutto a sé stessa. Soprattutto quando si parla di incarichi nazionali, formazione dei dirigenti, dichiarazioni personali e soldi.