In attesa di postare il report settimanale, leggetevi questo articolo tratto da La Repubblica - sezione di Palermo.
SONO i primi ad entrare in campo. E spesso anche ad abbandonarlo. Rincorsi dalle minacce dei giocatori, dagli insulti dei loro genitori. Asserragliati negli spogliatoi in attesa dell' arrivo della polizia. È dura la vita da arbitro nel nostro paese. E al sud lo è ancora di più. In Sicilia, dall' inizio dei campionati, si contano già più di 40 aggressioni. Sono 329 in tutta Italia. Un problema vecchio quanto il calcio, dicono gli addetti ai lavori.
Non troppo però per Giuseppe Caracappa, che fino a qualche anno fa fischiava fallie fuorigioco nei più accesi derby giovanili della provincia di Agrigento. Ventotto anni e oggi laureato in giurisprudenza, Giuseppe amava il calcio più di ogni altra cosa. Lo amava, ma non aveva i piedi per praticarlo ad alti livelli. Così scelse di fare l' arbitro. Ma dopo due anni passati ad estrarre cartellini in provincia, capì che quel lavoro non faceva per lui. Almeno non in Sicilia. «Un' avventura cominciata male in partenza - racconta - quandoa fare l' arbitro era mio fratello e io il centrocampista nel campionato giovanissimi. Ci trovavamo a Cianciana e i tifosi della squadra locale, già innervositi da una punizione in seconda calciata direttamente in porta, non digerirono la stretta parentela tra me e l' arbitro. Quando scoprirono che si trattava di mio fratello, invasero il campo costringendoci a rinchiuderci dentro lo spogliatoio». Un incubo durato quattro ore. Accalcati fuori lo spogliatoio e armati di sassi e bastoni, una trentina di tifosi inferociti attendono i due al varco. «Dopo ripetuti tentativi di sfondamento da parte della folla, il presidente della squadra avvertì finalmente la polizia. Furono loro a tirarci fuori». Giuseppe non si lasciò però intimorire. Qualche anno dopo, tornò a calcare il campo di Cianciana, ma stavolta in veste d' arbitro. «Decisi di intraprendere la carriera di direttore di gara, anche spinto da quell' esperienza - spiega - Ne ho viste di tutti i colori. Una volta per un fuorigioco, rischiai di lasciarci la pelle. Il guardalinee, un ruolo che a quel livelloè spesso affidato ai dirigenti delle squadre, provò a spaccarmi un bastone in testa. Me lo ritrovai a 5 centimetri dalla fronte. Furono i ragazzi della formazione locale a fermarlo in tempo».
Scartabellando tra le sentenze della giustizia sportiva, emergono i dettagli, raccapriccianti, della violenza. Come nel caso di un giocatore della Fiumefreddese, squadra che milita nel campionato di Prima categoria, squalificato per «aver lanciato addosso all' arbitro una sigaretta accesa.. e un tavolino». E ancora, nell' incontro Longi - Mamertina ASD del 2009, dopo l' »assegnazione di un calcio di rigore a favore della Società Longi, il calciatore Carcione Christian colpiva l' arbitro alla base del collo con il gomito sinistro, mentre alle sue spalle il direttore di gara veniva colpito con un calcio al polpaccio destro ed uno alla coscia sinistra da una persona non identificata».
Violenze che in passato non hanno risparmiato il più famoso dei fischietti siciliani, Salvatore Racalbuto, che negli anni ottanta per sfuggire ad un linciaggio nel ragusano e uscire indenne dallo spogliatoio fu costretto a travestirsi da carabiniere. L' Associazione Italiani Arbitri, per bocca del vicepresidente del Comitato regionale Sergio Grosso, parla di «fenomeno culturale gravissimo, che rischia di mandare in crisi lo sport. Perché - continua Grosso - ci saranno meno ragazzi disposti a intraprendere questa carriera». Nel febbraio 2007, l' allora presidente dell' Aia, Cesare Gussoni, istituì un Osservatorio per il monitoraggio sulla violenza ai danni degli arbitri. L' Osservatorio, ancora oggi attivo sotto Marcello Nicchi, ogni mese stila un elenco degli abusi perpetrati contro i fischietti, gli autori delle aggressioni e i luoghi in cui esse sono avvenute.
In Sicilia, tra i responsabili dei comportamenti offensivi nei confronti dei direttori di gara cresce il numero dei giocatori. Ma in cima alla lista dei nemici ci sono i loro genitori. Il dodicesimo uomo in campo, al sud, ha la faccia cattiva di un padre adirato. «Siamo soli. Soli contro tutti - continua Giuseppe - E oltre a guardarci le spalle dai 22 in campo, dobbiamo temere anche chi li ha messi al mondo». Accursio Saladino è vivo per miracolo. Quando in un pomeriggio d' autunno di qualche anno fa, i 40 tifosi di una squadra dell' entroterra siciliano (di cui Accursio preferisce non fare il nome) si riversarono minacciosamente in campo al termine della partita, in molti temettero il peggio. «Avevo arbitrato altre volte in quel campo - spiega Accursio - Una tifoseria di certo non nuova a questo tipo di reazioni. Quando me li vidi piombare addosso, provai a rifugiarmi verso lo spogliatoio. Ma fu inutile. Mi avevano circondato». Il suo salvatore è un uomo di circa 60 anni, di bassa statura, di cui Accursio non seppe mai il nome. Tra le urla feroci degli aggressori, gli si avvicinò, con fare amichevole, poggiandogli una mano sulla spalla e invitandolo a seguirlo. «L' effetto fu quello di Mosè davanti al Mar Rosso - ricorda Accursio. La folla di tifosi si divise come le acque, lasciandoci passare. Non riuscivo a spiegarmi le ragioni di quel miracolo. E chiesi all' uomo alcune spiegazioni. Aprì il giubbottoe me la mostrò. Una pistola. Aveva una pistola». Qualche minuto dopo, gli stessi uomini che poco prima minacciavano di linciarlo, entrarono uno alla volta nello spogliatoio porgendo all' arbitro le loro più sentite scuse. «Rimasi a bocca aperta - racconta Accursio - chiesi a quell' uomo se era il caso di chiamare la polizia. Lui rispose di no. Qui, bisbigliò, comandiamo noi». Come Giuseppe Venezia, costretto a dirimere una rissa nel campo di Mussomeli, in provincia di Caltanissetta, dopo che un dirigente dei padroni di casa per intimidire gli avversari pensò bene di tirare fuori una rivoltella. E anche in questo caso, delle forze dell' ordine nemmeno l' ombra. Se vigilassero sulle partite, scatterebbero multe salatissime ai club per l' inagibilità dei campi. L' Aia e la Figc puntano l' indice proprio sull' impiantistica. Stadi pericolanti, spogliatoi fatiscenti e campi privi di reti di protezione, secondo i direttori di gara, renderebbero i fischietti dei bersagli troppo facili. «Con le forze dell' ordine in campo - spiega Grosso - molti incontri dei campionati inferiori verrebbero disputati a porte chiuse». In attesa di un intervento, i direttori di gara sono pronti al gesto più estremo. «Stiamo perdendo i nostri ragazzi - dice Grosso - Se la situazione lo richiederà, per difendere la nostra categoria siamo disposti a non mandarli in campo. Se un giocatore s' infortuna, l' allenatore può far entrare al suo posto una riserva. L' arbitro invece non può essere sostituito. Senza di noi, non si gioca».

: Rubrica che tornerà la prossima settimana... La prima e la seconda categoria riposavano.. quindi mancavano le fonti....