da LeaderSheep il lun dic 12, 2022 12:22 pm
In molte democrazie liberali, diverse dall'Italia, sembra essere consuetudine che un dirigente apicale di un ente, un’istuzione pubblica o un politico indagati per comportamenti penali, o anche solo morali/etici, non corretti si dimetta (su una vicenda simile ironizzò, tra l’altro con modi alquanto ineleganti, un corpulento delegato durante l’assemblea elettiva dell’AIA, ricordando una vicenda che interessò un presidente degli stati uniti d’america al centro di una storia… “a luci rosse”).
Questa consuetudine nasce da alcune considerazioni strettamente legate tra loro:
dimettendosi, l’indagato solleva un’ombra dall'istituzione di cui è parte e rende se stesso più libero di difendersi come desidera, senza rischio di implicare l’istituzione nella propria strategia difensiva. dimettendosi, quindi, l’indagato dimostra di avere a cuore la sorte dell’istituzione non meno che la propria, e si dimostra fedele agli interessi dei consociati che lo hanno eletto.
E' vero che esiste il rischio che un innocente subisca il danno di una carriera lesa, ma esiste un pericolo ancor più grave, consistente nel fatto che un indagato, non dimessosi per la (sacrosanta) presunzione di innocenza, venga poi riconosciuto colpevole. In questo caso, chi ripara il danno collettivo derivante dal fatto che la “cosa pubblica” è stata, nel frattempo, governata da una persona rivelatasi poi “non corretta”?
Sembrerebbe pertanto preferibile perseguire la strada della tutela della collettività rispetto a quella individuale. E, quindi sembrerebbe preferibile praticare la strada del rigore etico: chi è indagato per colpe che mettano in dubbio la sua correttezza di “dirigente apicale pubblico”, dovrebbe sentire il dovere morale di dimettersi. Se, poi sarà riconosciuto innocente si rivarrà nelle sedi opportune (potendosi inoltre ricandidare, forte di un’archiviazione/assoluzione e del "torto" subito), ma il suo eventuale danno sarà pur sempre inferiore a quello che, nel caso inverso, subirebbe la collettività.