questo è un articolo che è stato pubblicato sul quotidiano locale "L'Adige" il 30/12/2007. è un po' lunghetto però vale la pena di leggerlo...aspetto commenti...
"Un tifoso gli tirò un calcio nel fegato e lui svenne. Il branco gli si fece attorno e furono pedate in faccia e poi uno, il più coraggioso, gli saltò a piedi giunti sul cranio. Entro in coma e quando si riprese aveva il viso sfigurato. Alcuni tifosi furono alfine condannati. Ad un anno di galera con la condizionale. E Gianni Prosser di Calliano non ricevette mai una telefonata di solidarietà dal presidente dell'Associazione arbitri italiana e nemmeno da parte dei dirigenti della squadra laziale i cui tifosi lo avevano pestato. Anche questo è il gioco più bello del mondo. Anche questa è la nostra Italia.
Gianni ha 60 anni e vive ancora in quella Calliano in cui i suoi genitori, mezzadri, lo crebbero, terzo di sei fratelli. Quinta elementare: «Davanti a me c'era mio fratello Bepi, na zima. Io a lavorare e lui a studiare». A 14 anni Gianni iniziò a lavorare per la cantina sociale del suo paese, poi per il Consorzio atesino di bonifica. Per anni avrebbe quindi lavorato come operaio della Michelin di Trento. «Nel 1967 frequentai un corso per arbitri. Un amico mi aveva detto che si prendevano 5.000 lire per arbitrare una partita e avevo bisogno di soldi. Poi ti davano la tessera gratis per entrare in tutti gli stadi italiani, anche quelli di serie A». «Ero un giudice inflessibile» Gianni Prosser iniziò ad arbitrare nel 1969. Quando parla, dopo poco capisci che lui è uomo tutto di un pezzo: nero è nero e bianco è bianco. Uno che non si compra e anche uno assolutamente intransigente. «Arbitravo nella categoria allievi. Poi su fino alla Promozione. «Non mi promuovevano ed io invece ritenevo di essere adeguato. Nel 1972 fui promosso agli "scambi interregionali": si andava in altre regioni ad arbitrare partite difficili». Prosser fu chiamato persino in Sardegna, una partita con più di 15.000 spettatori e molta tensione. «Io ero inflessibile» ma non occorreva che lo dicesse. «Ero uno che non perdonava ma ero pure sanguigno. Contestavo i dirigenti arbitrali se vedevo qualcosa che non funzionava. Per questo non fui promosso in quarta serie: per dichiarazioni lesive dell'onore del presidente regionale della Federazione italiana gioco calcio». Gianni, sul campo hai avuto altre rogne oltre a quella tragica di cui parleremo? «Qualche piccolo inconveniente. Nel 1974 sospesi una partita a Condino perché un tifoso locale mi aveva assestato una ombrellata in testa. Quella volta rimasi assediato negli spogliatoi e poi mi accompagnarono a calci nel sedere al pullman . Chiesi al maresciallo dei carabinieri di fare il suo dovere e mi disse: "Lei non tornerà più qui ma io ci rimarrò una vita"». Nonostante tutto Prosser nel 1975 fu promosso e divenne membro della Commissione arbitrale semi professionisti. Era la serie D di allora. Ma lui non era uomo che chiudesse gli occhi per fare carriera. «Iniziarono i problemi. C'erano arbitri che facevano l'autista ai dirigenti dell'associazione o a quelli della Figc. Un anno o due ed erano promossi. E c'era un arbitro, medico lombardo, che procurava medicine in Svizzera alla figlia di un dirigente dell'Aia. Fu anche lui promosso». E tu? «Avevo i numeri per andare avanti ma restavo al palo». Chi era il tuo arbitro di riferimento? «Michelotti di Parma e Casarin di Mestre. I problemi più seri iniziarono quando a Coverciano il presidente federale Artemio Franchi fece un discorso in cui consigliò agli arbitri di avere un occhio di riguardo verso le società. Mi alzai e protestai severamente. Divenni la pecora nera della categoria. E sono stato l'unico arbitro in Italia che è rimasto più di sette anni ad arbitrare i dilettanti. Dopo cinque anni, o ti promuovevano o ti cacciavano via». Ma si avvicinava la svolta. Prosser era una testa dura, integerrimo e a volte persino spaccamaroni . Ma giusto. Quando alla presidenza della commissione arbitrale venne eletto Beppe Adami si incominciò a parlare di un suo imminente passaggio alla serie C. Ma il destino lo stava, invece, aspettando al varco. «Era il 7 febbraio 1982 e mi venne chiesto di arbitrare la partita tra il Montespaccato e il Velletri, due squadre laziali che si trovavano rispettivamente al terzultimo e primo posto della classifica. Partita durissima. C'era a bordo campo un osservatore della Commissione arbitri, per decidere della mia promozione. Io non espulsi nessuno, non ci fu nessun rigore. Nessun segno premonitore. Era l'85' e gli ospiti del Velletri stavano meritatamente vincendo per 2 a 0. Prima della partita avevo dato un'occhiata ai cancelli che dividevano il campo dagli spettatori. Erano chiusi con le catene. Ma alla fine qualcuno li aprì: si erano portati un tronchese allo stadio». Vi fu una invasione di campo, una trentina di tifosi. Non c'erano forze dell'ordine. «Credevo che quei tifosi entrassero in campo per prendersela con i loro giocatori che stavano giocando male e forse attesi troppo per fuggire». Poi capì, si mise a correre. «Ne schivai due o tre ma il quarto mi assestò un calcio al fegato e caddi svenuto. Mi circondarono ed i testimoni parlarono anche di uno che mi saltò a piedi giunti sul cranio». Gianni Prosser era morto. Il dirigente nazionale degli arbitri coprì il suo corpo col proprio tranch . Dopo mezzora si accorsero che respirava e lo fecero trasportare a Roma, al Policlinico Gemelli. Non lo ricoverarono nemmeno in rianimazione. «Mi risvegliai all'indomani in un reparto oncologico, con i medici che non sapevano cosa farmi. Il viso era deforme con fratture multiple, anche ai condili mandibolari. Poi dentatura distrutta, costole rotte e stato confusionale. Fu mio fratello Bepi a decidere di portarmi comunque a Trento». Come è andato il recupero? «Tuttora non sono tornato come prima. Ho una emiparesi sinistra al volto... Operazioni continue, cure per anni. Ero diventato un invalido». I tifosi furono condannati? «Nessuno finì in galera. In quattro furono condannati ad un anno ma poi niente cella. Era gente che non aveva una lira e quindi era inutile anche una causa civile». Dopo la disgrazia e le beffe, altri problemi per Gianni Prosser: «Ero operaio alla Michelin dal 1969 e nel 1983 venni licenziato, perché non potevo lavorare in quelle condizioni. L'associazione arbitri? Mi promise un posto di lavoro e la cosa venne scritta anche sulla Gazzetta dello Sport. Fu una beffa, niente di niente. Quindi una sequela di battaglie legali, io avevo famiglia ed ero senza posto. Ma l'arbitro al tempo era assicurato per 3.000 lire al giorno e 12 milioni di lire per l'invalidità al 100%». Alla fine, su un danno calcolato di 225 milioni di lire Prosser ne ottenne 65. Per due anni e mezzo rimase disoccupato poi venne assunto, come invalido, dalla Cassa Rurale di Villazzano. «Mi risvegliai, volevo uccidermi» Venne premiato più volte, l'arbitro trentino, dal mondo giornalistico. Ma una volta che ai microfoni di Bruno Pizzul criticò l'Aia, lo radiarono. Che ne pensi oggi di tutto questo? «Rifarei tutto, non ho pentimenti». Qualche post scriptum . Dopo l'incidente Prosser non ricevette nemmeno una telefonata dal presidente dell'Aia, che allora era Campanati. Né dai dirigenti della squadra di Montespaccato. Per due anni non fu in grado di chiudere gli occhi per lo sconquasso del viso. «Quando mi risvegliai e mi guardai allo specchio ebbi orrore e la voglia di farla finita. Mi ci vollero 15 milioni di lire solo per mettere a posto la dentatura e nel cranio ho una piastra e vari fili di acciaio»"
